Articolo originale pubblicato su Internazionale a cura di Andrea Aimar

In 146 anni, la cartiera Pirinoli di Roccavione, in provincia di Cuneo, non si era mai fermata. Nemmeno la seconda guerra mondiale era riuscita a spegnere le sue macchine. Durante il conflitto, infatti, mentre la maggior parte degli operai era al fronte, le donne e gli anziani lavorarono per onorare le commesse statali, e cioè produrre le scatole per le munizioni.

La cartiera si è dovuta fermare nel 2012 a causa di una serie di scelte sbagliate che si trascinavano da tempo. Tutto comincia a metà degli anni novanta, con l’acquisto di macchinari nuovi e costosi. Nello stesso periodo, l’aumento del costo della carta e quello dell’energia elettrica ha rallentato il rientro degli investimenti e messo in difficoltà l’azienda. Nel 2006 è stata rilevata dalla Pkarton spa, un’azienda nata per rilanciarla, ma la crisi economica mondiale cominciata nel 2008 ha peggiorato la situazione. Il 21 giugno 2012 la Pirinoli ha dichiarato fallimento, le linee sono state bloccate e gli operai sono finiti a casa.

Tuttavia, un gruppo di loro, insieme all’ex direttore dello stabilimento, non ha mollato. Per tre anni hanno presidiato la fabbrica e impedito che gli impianti andassero in rovina. Nel frattempo, hanno creato una cooperativa e il 16 aprile 2015 si sono presentati all’asta fallimentare per rilevare la cartiera. È grazie a loro che la Pirinoli ha potuto riaprire.

Il prezzo della sfida
È un sabato di dicembre quando raggiungiamo i suoi cancelli. Si lavora a ciclo continuo su tre turni, non ci sono fine settimana. Sono passati due anni e mezzo dall’inizio della scommessa. “Erano in tanti a credere che non ce l’avremmo fatta. All’inizio c’era un po’ di speranza, ma poi è subentrato lo scetticismo”, racconta Enrico Vola, 44 anni, alla Pirinoli dal 1994. “Alcuni ci consigliavano di non perdere tempo, di andare a cercarci un lavoro. Ma noi ci siamo preparati, abbiamo studiato. La sindaca, Germana Avena, è stata con noi, il paese ci sperava”.

Prima della crisi, a lavorare alla cartiera c’erano centocinquanta persone. Quando è ripartita, settanta. “Tutti soci della nuova cooperativa”, spiega Vola, “abbiamo dovuto investire parte della nostra mobilità e ci siamo tagliati lo stipendio del 20 per cento, non è stato facile ma ora stiamo andando bene e abbiamo il nostro lavoro”. Vola sorride quando pensa a quello che dice qualcuno in paese: “Ogni tanto si sente dire ‘questi si sono fatti i soldi, sono diventati industriali’, ma non hanno mica capito la situazione”.


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