Articolo originale pubblicato su ItalianiEuropei a cura di Onofrio Romano

“È finita un’epoca”, come s’usa dire. Si è chiusa per il Sud la stagione della speranza nella possibilità di trovare un posto tutto suo nel grande gioco dell’economia europea e globale, grazie a quel “rimbocchiamoci le maniche” che ha funzionato da motto-architrave per l’immaginario di sviluppo degli ultimi trent’anni – ormai quasi quaranta, per la verità – e che ha avuto il centrosinistra come principale interprete. Il lamento sulla “scomparsa del Sud” dall’agenda politica nazionale, in questa medesima stagione, scivola via come una lacrima di coccodrillo: se l’idea cardine coincide con l’auto-attivazione, ogni “politica per il Sud” decade in automatico o si trasforma in puro lubrificante delle traiettorie intraprese dai singoli attori e dai singoli territori. Il leghismo non ne è la causa, ne è solo un altro effetto. Il grottesco è che i primi a lamentarsene oggi (della scomparsa) sono proprio coloro che negli anni passati non hanno predicato altro che la buona novella dell’auto-attivazione. E i meridionali ci hanno creduto. Hanno applicato la ricetta con diligenza ed entusiasmo senza pari. Le ritornanti litanie sull’inadeguatezza antropologica dei cittadini del Sud alla modernità sono l’alibi con cui i profeti (più o meno consapevoli) dell’ordoliberismo coprono il fallimento dei loro modelli.

L’ultimo, tardivo sussulto della stagione in parola ha coinciso – dopo il bagliore anni Novanta dei “nuovi sindaci” – con la primavera pugliese del governo Vendola. Forse il tentativo più avanzato di acculturazione del Sud ai dettami politici, valoriali e regolativi del modello europeo, con accenti di vera e propria “americanizzazione” sul versante delle forme della politica.

Evidentemente, i governati non ne hanno apprezzato i frutti. Ogni residua fiducia nella possibilità di essere inclusi nel circo magno europeo è svanita. Lo scenario 2018 è questo: oltre 4.500.000meridionali hanno scelto i pentastellati, ossia il 60% in più rispetto al dato del 2013. Il consenso ricevuto dal Movimento si attesta, nell’area, intorno al 46%, sfiorando il 50% in Campania. Il PD, per contro, perde 7,5 punti, attestandosi poco sopra il 13% (se facciamo riferimento alle europee del 2014, al lordo della ben più elevata astensione, mancano all’appello il 30% dei voti, in termini assoluti). Sommandoci le altre forze, coalizzate e non, il centrosinistra che fu non cattura nemmeno un quinto dell’elettorato. Il centrodestra, per contro, tiene. Poco oltre il 30%, ossia 1,5 punti sotto il dato del 2013. Ma all’interno dello schieramento, il partito di Berlusconi cede un buon 8% a favore degli alleati: Fratelli d’Italia (+1,7%) e il sorprendente partito di Salvini che, nonostante le passate performance antimeridionali, raggranella ben il 5,7% dei consensi, a partire dal sostanziale nulla del 2013. Questo, in sintesi, il quadro. I 5 Stelle sono dunque la nuova stella (politica) del Sud. Reciprocamente, il M5S, che nelle tornate elettorali precedenti ha ottenuto un consenso sostanzialmente omogeno su tutto il territorio nazionale, si ritrova ora “meridionalizzato”. Emerge come il nuovo “partito del Sud”, lasciando a Salvini la pratica settentrionale.

Qual è il senso? Il populismo post leghista catalizza le paure di chi percepisce la condizione di benessere acquisita come precaria e sottoposta all’assedio di forze incontrollabili; il populismo pentastellato raduna invece chi quella condizione d’inclusione e di agio non l’ha mai raggiunta, coloro che nella partita dello sviluppo continuano a non toccare palla, nonostante i pluriennali tentativi.

Dov’è il paradosso? Se da un lato il M5S catalizza il “no” al modello europeo, dall’altro la solfa ch’esso propone è sempre la solita: abolizione della politica, disintermediazione, auto-dinamismo della società. Esattamente la stessa ricetta sperimentata nella stagione appena conclusa. Insomma, i 5 Stelle propongono al Mezzogiorno quel medesimo modello di sviluppo che è all’origine del suo disagio. Promettono di marginalizzare la politica e di “lasciar fare” le forze della società, nella convinzione – di marca inequivocabilmente “neoliberale” – che l’assenza di sviluppo e benessere sia dovuta all’interferenza impropria dell’apparato politico nel gioco naturalmente virtuoso degli attori economici.

Come ogni forza populista, infatti, il M5S non fa che “rispecchiare” quello che c’è, senza discernimento alcuno. A Sud c’è l’egemonia culturale del neoliberismo e c’è il disagio che la sua applicazione concreta provoca. La rete a strascico del M5S prende tutto e lo rappresenta così com’è.

Quali sono, stando così le cose, gli esiti possibili? Può darsi che il populismo pentastellato subisca a Sud la stessa parabola nazionale del populismo renziano. Renzi non ha compreso il senso del suo 40% alle scorse europee. Ha pensato che quel consenso fosse rivolto al suo progetto tardo-blairiano. Era invece rivolto principalmente al lato nascosto degli 80 euro. Non una semplice mancia al ceto medio elettore del PD. Con la mossa del bonus dei bonus, Renzi – andando inconsapevolmente contro l’egemonia ordoliberista – ha mostrato simbolicamente la possibilità che il potere politico potesse riassumere la funzione di distributore di risorse. Invece di coltivare questa vena del suo populismo, trasformando il simbolico in politiche concrete di propulsione politica della produzione e della distribuzione delle risorse, Renzi è rimasto impigliato nella sua ideologia, realizzando il progetto ordoliberista e continuando a sfornare bonus sempre più inconsistenti e meno simbolici. All’apparire del vero, gli elettori lo hanno scaricato. La contraddizione che alligna nel M5S ha natura simile: gli elettori lo votano perché vogliono che la politica torni ad allestire una vita buona, mentre i pentastellati vagheggiano ancora (da buoni subalterni alla dottrina dell’inglorioso trentennio neoliberale) l’eliminazione della politica e il rigoglio della società civile. È dunque possibile che nel medio periodo il Sud li liquidi come ha liquidato Renzi. Ma l’esito più probabile è un altro.

Due suggestioni visive sono emerse nel profluvio di analisi del voto in circolazione. La prima offerta da “il Giornale”, che ha affiancato la mappa del Regno delle Due Sicilie nel 1816 a quella della vittoria 5 Stelle nei collegi uninominali, mostrandone la perfetta coincidenza. L’altra fornita dall’Istituto Cattaneo, che ha rivelato la sorprendente convergenza tra le percentuali ottenute in questa tornata elettorale dal M5S e le percentuali detenute nel 1992 dalla Democrazia Cristiana (nonché l’altrettanto sorprendente convergenza tra le percen-tuali ottenute oggi dal PD e quelle detenute allora dal PDS). Insomma, i pentastellati sembrano avere occupato posto e ruolo di quelle forze che storicamente hanno mantenuto il Mezzogiorno nel suo stato di minorità, compensando i meridionali, con prebende e sussidi, della mancata inclusione nei circuiti della modernità. Le forze della sedazione. Ecco, è più probabile – a parere di chi scrive – che il M5S si candidi a catalizzare il disagio meridionale, al contempo depoliticizzando la rabbia che ne consegue, al fine di evitare che essa si trasformi in una minaccia per gli assetti regolativi egemoni. Al Sud ha sempre funzionato così. Il potere che conta ha assoldato dei luogotenenti con questa funzione specifica di accondiscendenza al ribellismo meridionale (all’occorrenza da scatenare contro le forze progressiste) e di conservazione di quegli assetti che condannano il Mezzogiorno alla marginalità e all’esclusione.

Come si otterrà questo risultato è ancora tutto da decifrare. Quel che è chiaro è che il populismo dei 5 Stelle ha carattere universalistico, non è cioè fondato, come d’abitudine a Sud, sul rapporto diretto tra cittadini e signorotti locali. È dubbio che la misura universalistica del reddito di cittadinanza (se applicata a dovere) possa agire da sostituto funzionale delle prebende particolaristiche elargite dai politici della prima Repubblica. Quantità e, soprattutto, qualità (modalità di funzionamento) della spesa pubblica non consentono più questa soluzione. Ma qui occorre prestare attenzione al modello rappresentato da Michele Emiliano. Il governatore pugliese è una sorta di piattaforma girevole che connette il vecchio (ossia il modello europeista-vendoliano) e il nuovo (il 5 Stelle). Come dimostrano le elaborazioni del Cattaneo, Emiliano è riuscito a frenare in Puglia l’emorragia di consensi al PD (–27% di decremento percentuale, in confronto ad esempio al –41,5% della Campania). Il populismo di Emiliano si caratterizza com’è noto in maniera pressoché opposta rispetto a quello pentastellato: il suo consenso si basa sul reclutamento di signorotti locali, detentori di bacini personali e apolitici di voti, alla maniera della vecchia DC. Se i due fronti si dovessero in qualche maniera saldare, si consoliderebbe a Sud una nuova morsa politica che riporterebbe i meridionali al consueto stato di cattività dorata, all’eterno infantilismo politico, dove il lamento ribelle fa velo alla dipendenza dalla benevolenza paternalistica del padrone di turno. Staremo a vedere.


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