L’avvento dell’era digitale ha prodotto sconvolgimenti non solo in ambito socio-economico ma anche, e soprattutto, sotto il profilo politico. Negli ultimi anni abbiamo assistito alla formazione di organizzazioni politiche inedite, liquide, “in movimento” potremmo dire, le quali hanno perfezionato il proprio modello d’azione attraverso l’utilizzo spinto dei nuovi strumenti tecnologici – e delle relative forme di interazione.

Nel panorama europeo abbiamo a disposizione tre esempi di partiti che, pur sposando ideologie che nulla hanno a che vedere le une con le altre, si presentano assolutamente affini per quanto concerne la loro forma: il Movimento 5stelle in Italia, Podemos in Spagna e, nella penisola scandinava, i Partiti Pirata.

Si tratta di partiti c.d. “rete”  la cui impronta digitale si dirama ed intreccia al loro interno quanto al loro esterno. Figlio del carattere digitale di queste formazioni, infatti, il modello organizzativo delle stesse si contraddistingue per l’impiego di piattaforme decisionali, online, attraverso le quali vengono stabiliti dagli iscritti direzione politica, cariche interne e candidature.                                                  Com’è noto, di contro, i luoghi fisici di discussione sono stati sacrificati in nome della disintermediazione e così è stata soppressa la figura storica del militante, rimpiazzata da una base indistinta di simpatizzanti attivi all’interno del contenitore social.

Ma la rivoluzione digitale non ha esclusivamente dato vita a formazioni politiche ex novo: ha infatti lambito e gradualmente trasformato pure i partiti tradizionali, costretti, per sopravvivere, all’adozione di strumenti digitali nell’ambito della comunicazione; resta tuttavia una differenza macroscopica fra i partiti tradizionali e quelli digitali: la visione del mondo di questi ultimi è interamente mediata dallo strumento tecnologico.

E’possibile assimilare queste nuove formazioni ai di partiti massa a cui ci aveva abituato la rivoluzione industriale? Ma soprattutto, è possibile analizzare criticamente, senza cedere all’apologia o al disprezzo, queste nuove forme organizzative ed il bagaglio di danni e vantaggi che hanno generato?


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *